Rimini come non l’hai mai vista: diario di un concierge

Ho conosciuto Gianni, il calzolaio di Corso d’Augusto: un mestiere che sta sparendo

Tutto è cominciato con un tacco rotto.

Lo so, non è l’inizio più epico del mondo. Ma è così che ho conosciuto Gianni — per un tallone che aveva deciso di mollare la presa il giorno prima di una cena importante. Avevo la scarpa in mano, un po’ di imbarazzo addosso, e zero voglia di comprarne un altro paio.

“Dietro l’Arco d’Augusto, sul Corso, c’è un calzolaio,” mi disse un amico. “Entra e vedi.”

Entrai.

E da quella entrata non sono più uscito come ci sono entrato.

Una bottega che sa di cuoio

Corso d’Augusto 204. Il numero è facile da ricordare. Se arrivi dal Ponte di Tiberio, sono sì e no cinquanta metri. La vetrina è piccola, piena di scarpe in attesa. Sulla porta c’è scritto “Modi d’arte” — che non è un nome qualsiasi, perché quello che fa Gianni è arte, eccome se lo è.

Appena entri senti l’odore. Cuoio, lucido, legno. Un odore che non trovi più in nessun negozio nuovo. È l’odore delle botteghe vere, quelle dove non vendi — ripari. Dove non butti via, aggiusti.

Lui è lì. Dietro il banco. Magro, occhio attento, mani che sembrano sapere già cosa fare prima ancora che tu apra bocca.

“Buongiorno,” fa.

E l’accento è strano. Vagamente altoatesino — o almeno, io l’ho sentito così. Una parlata che non è romagnola, non è piemontese, è sua. Come tutto il resto.

“Perito chimico, poi ingegnere, poi niente”

Io gli allungo la scarpa. Lui la prende, la guarda, la gira. Tre secondi. Poi alza gli occhi.

“Vieni domani, è fatta.”

Non mi ha chiesto come si fosse rotto, non mi ha fatto storie. Ha visto il problema, ha capito la soluzione. Punto.

Mentre ero lì — in attesa di una risposta più lunga, di un prezzo, di qualcosa — ho guardato la parete alle sue spalle. Foto in bianco e nero. Un uomo più anziano, intento a lavorare una scarpa.

“Quello è mio nonno,” dice Gianni. “È stato il primo calzolaio della famiglia.”

E lì parte.

Lui ha 68 anni. Da giovane si è diplomato perito chimico. Poi ha fatto l’università a Bologna: ingegneria. Poi ha mollato tutto. “La vita ti presenta tante strade, e io ho scelto questa.”

Non c’è rimpianto nella sua voce. È un dato di fatto. La foto del nonno è lì a testimoniare che certe cose non le scegli — ti trovano.

La serranda alle 4 del mattino

Poi gli chiedo degli orari.

“Ogni mattina alle 4 tiro su la serranda.”

Resto in silenzio. Io faccio fatica ad aprire gli occhi alle 7, e lui è già in bottega da tre ore. Ma non è uno sfogo. Non è lamentela.

“Così porto avanti i lavori senza essere interrotto,” spiega. “Non mi pesa. Lo faccio perché mi piace.”

Ecco. La frase che dovresti sentire dire più spesso.

Non solo scarpe

Mentre parliamo, una signora entra. Lascia un paio di scarpe col tacco. Poi arriva un uomo con un mocassino che ha un problema strano. Gianni guarda, annuisce, dice “domani.”

Ma non fa solo scarpe. Ripara palloni in cuoio. Giubbotti. Costumi medievali — quelli del Palio o del Corteo Storico, che ogni anno qualcuno porta con una lacerazione che pochi sanno ricucire senza rovinare. Calzature dei jolly, quelle dei carri allegorici.

Ogni pezzo è una storia. Ogni storia ha una soluzione diversa.

“Ogni scarpa ha le sue caratteristiche,” dice. “Non si impara in un giorno. Ci vuole esperienza.”

“Nessuno mi ha mai chiesto di insegnare”

Arriva il momento in cui la domanda è inevitabile: chi prenderà il tuo posto?

Lui non ci pensa su. “Nell’arco della mia carriera, nessuno mi ha mai chiesto di insegnargli il mestiere.”

Lo dice senza amarezza. Come se avesse già fatto pace con l’idea. Però aggiunge: “A Rimini siamo rimasti in pochi. E abbiamo una data di scadenza.”

Non è un piagnisteo. È un certificato di morte per un mestiere che esiste da quando l’uomo ha iniziato a camminare e si è consumato le suole.

Io rimango lì, con la scarpa riparata in mano, e penso a quante cose stanno sparendo senza che nessuno batta un colpo. Botteghe. Mestieri. Storie.

Duemila anni di storia a cinquanta metri

Fuori dal negozio, Corso d’Augusto è la strada che attraversa Rimini da duemila anni. Inizia con l’Arco di Augusto, finisce col Ponte di Tiberio. Tutta roba romana. Tutta roba che c’era prima di noi e ci sarà dopo.

E in mezzo, un uomo che alle 4 del mattino tira su la serranda per riparare le scarpe della gente.

Non è un caso. Non è poesia. È che a Rimini le cose vere — duemila anni fa come oggi — si fanno con le mani.

Domande frequenti su Gianni, il calzolaio di Corso d’Augusto

Dove si trova il calzolaio Gianni?

In Corso d’Augusto 204, a Rimini, a circa 50 metri dal Ponte di Tiberio. Il negozio si chiama “Modi d’arte”.

Che orari fa Gianni?

Apre alle 4 del mattino. L’orario di chiusura non è fisso — finché ha lavoro, resta.

Cosa ripara Gianni?

Scarpe, certo. Ma anche palloni in cuoio, giubbotti, costumi medievali, pelletteria in generale e calzature per i carri allegorici.

Da quanto tempo Gianni fa il calzolaio a Rimini?

La prima attività l’ha aperta in Piemonte negli anni ’80. Sedici anni fa si è trasferito a Rimini, dove ha aperto la bottega in Corso d’Augusto.

Il mestiere di calzolaio sta davvero sparendo?

Sì. Gianni stesso dice che nessuno ha mai chiesto di imparare il mestiere, e che a Rimini sono rimasti pochissimi calzolai. Un artigianato che rischia di scomparire con la generazione attuale.


Sono uscito con la scarpa riparata. Perfetta. Sembrava nuova, ma non sembrava nuova — sembrava aggiustata con cura, che è meglio.

Ho pensato a quante persone passano davanti a quella vetrina senza entrare. Quante scarpe finite in discarica quando bastava un passaggio da Gianni.

Sai dove trovarmi. All’Aqua Hotel.

Chi sono

Mi chiamo Cristian Brocculi e da oltre vent’anni vivo e lavoro a Rimini.
Conosco ogni angolo di questa città, dai luoghi iconici alle gemme nascoste dell’entroterra.

Ho creato questo blog per aiutarti a vivere Rimini come un vero riminese,
con consigli autentici, esperienze locali e storie che non trovi nelle guide.

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