Il treno che Mussolini volle e che nessuno ricorda: la ferrovia Rimini-San Marino
Estate 1932. I villeggianti che scendono alla stazione di Rimini si fermano. Davanti ai binari c’è qualcosa che non si sono mai visti. Non è il solito treno a vapore con il suo fumo e il suo stridere.
È un’elettromotrice. Lucida. Nuova.
E non va verso nessuna di quelle destinazioni che conoscono. Non va a Bologna, non va a Ancona, non va a Ferrara.
Il treno parte e comincia a salire. Lascia la pianura, passa la Statale 72, si infila in galleria. E dopo mezz’ora è a San Marino.
Sembra fantascienza. Sembra un progetto dei giorni nostri. È storia che quasi nessuno racconta.
Era l’agosto del 1926
Benito Mussolini è in visita nella Repubblica di San Marino. È salito sulla Fratta, il punto più alto del Monte Titano. Il panorama è quello che è sempre stato: l’Adriatico da una parte, la Valmarecchia dall’altra. Colline, campi, paesi arroccati.
Accanto a lui c’è il Reggente Giuliano Gozi. I due guardano giù. Verso Rimini. Sono circa 25 chilometri in linea d’aria, ma la strada è tortuosa, i collegamenti sono lenti. Il Fascismo ha bisogno di simboli, e un collegamento diretto con la più antica Repubblica del mondo è un simbolo che pesa.
Mussolini osserva. Poi dice: «Una ferrovia collegherebbe bene Rimini con Serravalle».
Gozi non se lo fa ripetere. Prende la palla al balzo e va oltre:
«Ma, se Vostra Eccellenza vorrà, la ferrovia potrà arrivare fino a San Marino».
Mussolini ci pensa un attimo. Poi assicura il suo interessamento personale.
Non era solo una promessa.
Era un ordine.
3000 operai in tre turni
Ci vollero meno di due anni per mettere nero su bianco. La Convenzione tra i due Stati viene firmata a Roma il 26 marzo 1927. A Palazzo Chigi.
La gara d’appalto la vince la SVEFT — Società Veneto-Emiliana Ferrovie e Tranvie. Propongono un percorso più lungo dei concorrenti, ma supportato da uno studio del terreno più approfondito. Sanno già che la geologia sarà il problema.
Il 23 novembre 1928 viene firmato l’atto di concessione venticinquennale. Il 3 dicembre, con una cerimonia solenne, si posa la prima pietra a San Marino.
Poi cominciano i veri problemi. Il terreno è instabile. Le gallerie si allungano. I tempi previsti slittano.
Nel settembre del 1930 Mussolini arriva improvvisamente ai cantieri. Le cronache non raccontano se era arrabbiato, ma basta guardare quello che succede dopo per capirlo.
Mette una data. Secca.
«Primavera 1932».
Da quel giorno, la SVEFT impiega 3000 operai divisi in tre turni. Mille al turno. Di notte, di giorno, di sera. La ferrovia non si ferma mai.
Cave, gallerie, viadotti e scavi avanzano per coprire i 31,5 chilometri di percorso che separano Rimini da San Marino. La linea parte dal capolinea all’interno della stazione FS di Rimini, passa per Rimini Marina (in via Pascoli), poi risale verso Dogana e Serravalle, per arrivare infine alla stazione di San Marino Città.
Quando i lavori finiscono, nessuno degli operai può dire di aver visto tutto. Perché a vederlo tutto, il tracciato, bisognerebbe stare fermi su una collina per due giorni interi.
«All’Eroe di Buccari»
La data dell’inaugurazione viene fissata per il 12 giugno 1932. Penultima domenica di primavera.
Il Duce non viene.
Le ragioni ufficiali non sono chiare. Fatto sta che una settimana prima, un anarchico di nome Angelo Sbardellotto era stato fermato a Roma, in Piazza Venezia, con una pistola in tasca. La sua intenzione, scrisse il tribunale: sparare al Capo del Governo. Forse è solo una coincidenza. Forse no.
A rappresentare Mussolini c’è Costanzo Ciano, Conte di Cortellazzo, Ministro delle Comunicazioni. Un personaggio: protagonista con D’Annunzio della “beffa di Buccari” durante la Grande Guerra, consuocero del Duce (suo figlio Galeazzo aveva sposato Edda Mussolini nell’aprile del 1930).
Il 12 giugno, sin dal primo mattino, c’è fermento. All’esterno della stazione di Rimini sono schierati reparti di Giovani Fascisti; gli alberghi hanno messo a disposizione le berline per gli spostamenti delle autorità. Ciano arriva alle 9:10, accolto dal prefetto Dino Borri e da una folla di autorità.
Il suo primo atto, tra tutti i festeggiamenti, è consegnare una corona da deporre “alla lapide che ricorda il martire Luigi Platania”.
Poi il corteo si muove: via Dante, piazza Giulio Cesare, Corso d’Augusto. La folla — racconta il Popolo di Romagna del 18 giugno 1932 — si addensa ai lati. Ciano sale in Municipio per il ricevimento. Il segretario del Fascio di Rimini, Giuseppe Massani, orchestra l’adunata. Bandiere. Inni. Quello che ci si aspetta da una cerimonia del genere.
Il discorso di Ciano parla di Luigi Platania, dice che la Romagna «ha espresso dal suo seno il Duce assente per questo avvenimento, ma presente con lo spirito». La folla intona canti e «potenti alalà» (l’urlo fascista, per chi non lo ricordasse). Poi, finalmente, il taglio del nastro.
«Illuminato da raggi di sole e da salve di cannone»
Il treno inaugurale parte alle 9:50. Corre su quel tracciato nuovo, scavato nella roccia e nella terra, e dopo pochi chilometri è già a Dogana. Qui le autorità sammarinesi aspettano. A Dogana c’è un altro nastro, questa volta bianco e azzurro. Lo tagliano anche quello.
Alla stazione di Serravalle sale in carrozza il Capitano del Castello Marino Morti. L’ultimo tratto del percorso è in ripida salita, il treno attraversa gallerie ardite. Le campane della Pieve suonano festose mentre la Guardia di Rocca annuncia l’arrivo con le salve d’uso.
Quando il convoglio ferma a San Marino Città, oltre alle autorità locali ci sono anche i consoli di Stati Uniti, Polonia, Francia e Gran Bretagna.
Non era solo una ferrovia.
Era un’operazione politica. Un’alleanza che l’Italia mussoliniana voleva rendere visibile a tutti, dentro e fuori i confini.
Il Reggente Gozi la chiama «opera di fratellanza italica». Dice che l’Italia di Mussolini «sa veramente stendere la mano amichevole e generosa, senza insidie né reconditi fini». Parole pesanti, in un’Europa che già comincia a riarmarsi.
Ciano replica: la Repubblica è «circondata dall’affetto e dal rispetto vigile dell’Italia fascista». E poi tutti in Basilica per il Te Deum.
Alle tre del pomeriggio, Ciano riparte. Visita la spiaggia di Rimini, si interessa alle colonie marine di Forlì e Bologna. La giornata finisce lì.
Il treno continua a correre.
Quello che resta
La ferrovia Rimini-San Marino percorse i suoi binari per poco più di un decennio. La guerra fermò tutto. I bombardamenti del 1944 danneggiarono la linea. Alcuni tratti non vennero mai riparati. Nel dopoguerra, la convenzione venticinquennale scadeva nel 1953 e non venne rinnovata. La gente aveva cominciato a muoversi con i pullman, con le auto. Il treno era lento, costoso, superato.
Nel 1944 il servizio era già stato sospeso. Ufficialmente chiuse poco dopo la guerra.
Oggi della ferrovia Rimini-San Marino restano tracce sparse. Un binario che affiora dall’asfalto in via Pascoli. Il tracciato della galleria, ancora lì sotto. Qualche stazione trasformata in abitazione. I ruderi della stazione di Rimini Marina. Un archivio di foto in bianco e nero dove si vedono i militari in alta uniforme, le autorità in bombetta, il treno che parte tra due ali di folla.
E il ricordo che, per qualche anno, la Riviera Adriatica e il Monte Titano furono collegati da un filo d’acciaio. Da un treno che saliva. Da un’idea che sembrava impossibile.
Domande frequenti sulla ferrovia Rimini-San Marino
Quando è stata costruita la ferrovia Rimini-San Marino?
La costruzione iniziò il 3 dicembre 1928 e la linea venne inaugurata il 12 giugno 1932, dopo quasi quattro anni di lavori.
Quanto era lunga la ferrovia Rimini-San Marino?
La linea ferroviaria era lunga circa 31,5 chilometri, collegando la stazione di Rimini FS con San Marino Città.
Perché la ferrovia è stata chiusa?
La linea fu danneggiata dai bombardamenti del 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale e la concessione venticinquennale scadde nel 1953 senza essere rinnovata, preferendo il trasporto su gomma.
Dove si possono ancora vedere i resti della ferrovia?
Tracce del tracciato sono visibili in via Pascoli a Rimini (Rimini Marina) e lungo il percorso verso Dogana. Alcune stazioni sono state trasformate in abitazioni private.
Quanti operai lavorarono alla costruzione?
Furono impiegati fino a 3000 operai divisi in tre turni giornalieri da 1000 ciascuno per rispettare i tempi imposti da Mussolini.
Sapete cosa vuol dire guardare una cartolina degli anni Trenta e ritrovarsi a pensare: questa città ha una storia che non finisce mai.
Ogni volta che passo davanti a quello che resta della stazione di Rimini Marina, ci penso. A quel treno che non c’è più. All’idea che qualcuno — forse ingenuamente, forse con tutta la spregiudicatezza di un’epoca — decise che era possibile portare un treno su per una montagna.
E ci riuscì.
La ferrovia non c’è più. Ma Rimini — la nostra Rimini, quella vera — continua a regalare storie come questa. Basta avere gli occhi per vederle.
Sai dove trovarmi. All’Aqua Hotel.




