Rimini come non l’hai mai vista: diario di un concierge

Pennabilli, il borgo che Piero della Francesca dipinse sul volto di Federico da Montefeltro

Panorama di Pennabilli
Pennabilli vista dall’alto. Foto: Goldmund100 (CC-BY-SA)

C’è un posto, in cima alla Valmarecchia, a 629 metri sul mare, dove due colli si stringono come dita di una mano che tiene un segreto.

Si chiama Pennabilli. La Pénna in romagnolo. Lo pronunci piano, quasi senza accorgerti, e già il nome contiene tutto: due alture impervie, due comunità nate sulla roccia, una storia che viene da lontano.

Secondo comune più alto della provincia di Rimini dopo Montecopiolo. Secondo più a sud di tutta l’Emilia-Romagna, preceduto solo da Casteldelci. 2.705 abitanti, aggiornati al 28 febbraio 2026. 69,66 chilometri quadrati di territorio. Una densità di 38,83 abitanti per chilometro quadrato. Qui lo spazio non manca.

Il territorio è interessato dal Parco naturale regionale del Sasso Simone e Simoncello e fa parte della Comunità montana Alta Valmarecchia. Verde, roccia, vento. Il paesaggio più autentico dell’Appennino riminese.

Pochi lo conoscono. Quasi nessuno ci passa per caso. Eppure — e questo è il bello — se guardi il volto del più famoso duca del Rinascimento, quello che ogni giorno migliaia di turisti fotografano agli Uffizi, Pennabilli è lì.

Sulla sua faccia.

I nei di Federico

Prendi il Doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero della Francesca. Olio su tavola, 47 per 66 centimetri, ciascun pannello 47 per 33. Datato tra il 1465 e il 1472. Federico da Montefeltro di profilo, naso aquilino, occhio fermo, paesaggio infinito alle spalle. Battista Sforza dall’altro lato. È l’icona del Rinascimento, lo sai, l’hai vista mille volte. Oggi è esposta nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Osservala bene. La prossima volta che ci passi davanti, fermati.

Sul volto di Federico ci sono dei nei. Piccoli segni scuri sulla pelle dipinta. Non sono lì per caso. Piero della Francesca non faceva niente per caso. Era un pittore, sì, ma era anche un matematico. Un geometra della luce. Il primo a scrivere un trattato sulla prospettiva. Nulla nei suoi quadri è decorativo. Nulla.

Federico da Montefeltro
Federico da Montefeltro, particolare del Doppio ritratto dei duchi di Urbino, Piero della Francesca (1465-1472). Pubblico dominio.

Nel 2019 è cominciato uno studio intitolato Il volto del Montefeltro. Federico Duca di Urbino e Piero della Francesca (ISBN 9788898843909, autore Nicola Mordini). Ha dimostrato una cosa che suona assurda: i nei dipinti sul volto di Federico, se sovrapposti a una mappa del Montefeltro, coincidono perfettamente con le città. Ogni neo è un luogo. Urbino. San Leo. Pennabilli. Carpegna, Passo della Cantoniera. Località che sono state fondamentali nella vita del duca e per il Montefeltro.

Uno di quei nei rappresenta Pennabilli. Perché Pennabilli era stata per Federico da Montefeltro la vittoria definitiva sul suo nemico più grande: Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Piero della Francesca ha tatuato Pennabilli sulla faccia di Federico. Quattro secoli prima che il tatuaggio esistesse.

Il dittico era originariamente un oggetto a cerniera, chiudibile a libro, oggi esposto in un’unica cornice che risale al 1825. Le riflettografie hanno accertato che Piero dipinse i personaggi dei trionfi sul retro nudi, tramite spolvero, e che vennero rivestiti solo in una seconda fase. L’uso della tecnica a olio è innovativo per il pittore. È l’opera che ha reso immortale Federico da Montefeltro. E Pennabilli è lì, sulla sua faccia, a ricordare a tutti che la vittoria più importante della sua vita la ottenne qui.

Penna e Billi: due colli, un borgo

Ma la storia di Pennabilli comincia molto prima di Federico. Molto prima di tutto.

Ritrovamenti archeologici fanno risalire i primi insediamenti umani nel territorio di Pennabilli all’epoca etrusca e romana. Già allora, qualcuno aveva scelto questo angolo di Appennino per viverci.

Poi arrivano le invasioni barbariche, e la gente che stava nei dintorni e lungo il fiume Marecchia scappa, cerca riparo più in alto. Due alture impervie diventano il loro rifugio. Oggi le chiamiamo Roccione e Rupe. Allora non avevano ancora un nome.

Su una di queste nasce Penna. Dal latino pinna: vetta, punta. Sull’altra cresce Billi. Da bilia: cima tra gli alberi. Due toponimi che raccontano la conformazione dei colli meglio di qualsiasi descrizione.

Penna si sviluppa come borgo, con le sue case, la sua piazza, la sua gente. Billi diventa una rocca dei Malatesta. Due comunità separate. Due castelli. Due storie che si guardano da lontano.

Se ne ha menzione già nel 962. Siamo nel pieno Medioevo, secolo decimo. L’imperatore Ottone I di Sassonia, lo stesso che viene ricordato per aver fermato gli Ungari a Lechfeld e per aver fondato il Sacro Romano Impero, dà la zona in feudo ai conti di Carpegna. I Carpegna sono una delle famiglie più antiche del Montefeltro, e terranno queste terre per secoli. I due borghi passano poi sotto la giurisdizione della Massa Trabaria, un’antica circoscrizione territoriale del Montefeltro di cui oggi quasi nessuno ricorda più l’esistenza. La Massa Trabaria era una suddivisione amministrativa dello Stato della Chiesa che comprendeva le valli del Marecchia, del Foglia e del Metauro. Un nome che sa di polvere e di archivi.

Poi, nel 1350, succede qualcosa di straordinario.

Penna e Billi decidono di unirsi.

Non con una guerra. Non con un matrimonio forzato. Non con un trattato imposto da un signore. No. Posano una pietra nella piazza del mercato che sorge tra i due nuclei abitati, proprio in mezzo ai due colli. La chiamano la pietra della pace. Da quel giorno, un’unica cerchia di mura cinge il centro abitato. Penna e Billi diventano Pennabilli.

Lo stemma del Comune di Pennabilli è rappresentato da un’aquila appollaiata su due rocche. Due torri, un’aquila. Un simbolo che dice tutto: l’unità nella diversità, due che diventano uno. Lo stemma è utilizzato dal comune anche se privo di formale decreto di concessione. Il gonfalone è un drappo partito di azzurro e di bianco. Sulle rovine della rocca di Billi fu costruito un monastero.

Lo stemma racconta esattamente quello che è successo: due comunità rivali che scelgono di diventare una cosa sola. Non capita spesso nella storia. Di solito si annette, si conquista, si sottomette. Qui no. Qui due colli si sono guardati, hanno deciso che era meglio insieme, e hanno messo una pietra in mezzo per suggellarlo. La pietra della pace esiste ancora. O almeno, esiste il posto dove l’hanno messa.

Malatesta, Montefeltro, Medici, Stato Pontificio

Se c’è una costante nella storia di Pennabilli, è che qualcuno la voleva sempre.

Prima i Malatesta, signori di Rimini, che tengono Billi come avamposto fortificato nella valle. Poi arrivano i Montefeltro di Urbino, che li scacciano. È qui che Federico da Montefeltro ottiene la vittoria definitiva su Sigismondo Pandolfo Malatesta. Una battaglia che decide le sorti della regione e che Piero della Francesca fisserà per sempre sul volto del duca.

Poi arrivano i Medici, la potente famiglia fiorentina che allarga i suoi domini verso est. Poi lo Stato Pontificio, che terrà Pennabilli fino all’Unità d’Italia. Pennabilli passa di mano, cambia padrone, ma resta lì, sui suoi due colli, a guardare il tempo che passa.

Ogni passaggio lascia un segno. I Malatesta lasciano le mura e il torrione. I Montefeltro lasciano l’aquila nello stemma. I Medici lasciano tracce nelle architetture e nelle carte. Lo Stato Pontificio lascia la diocesi, che è ancora qui. Strati di storia, uno sull’altro, come le pietre delle mura che ancora oggi cingono il borgo.

La svolta arriva nel 1572. Papa Gregorio XIII decide di trasferire la sede vescovile da San Leo a Pennabilli e la insignisce del titolo di città. Da quel momento Pennabilli diventa la capitale morale del Montefeltro. Ancora oggi è sede della diocesi di San Marino-Montefeltro. Una diocesi che si estende su due Stati: Italia e Repubblica di San Marino.

I secoli passano. Pennabilli cresce, cambia, accumula storie.

Nell’Italia unita, il comune viene assegnato alle Marche, provincia di Pesaro e Urbino. Ci resta per quasi centocinquant’anni. Poi, il 17 e 18 dicembre 2006, i cittadini votano un referendum. Vogliono tornare in Emilia-Romagna, provincia di Rimini. Il passaggio avviene il 15 agosto 2009, insieme ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia. La regione Marche propone ricorso alla Corte costituzionale. La Corte lo ritiene infondato e lo respinge. Pennabilli torna a casa.

Il 20 maggio 2010 entra nel club italiano della Bandiera arancione, il marchio di qualità turistica del Touring Club Italiano.

Nella prima metà del febbraio 2012 il territorio comunale è uno dei più colpiti da un’eccezionale nevicata. La neve raggiunge i tre metri nel centro del paese. Tre metri. Immagina Pennabilli sotto tre metri di neve. Le strade cancellate, le auto sepolte, il silenzio bianco che copre tutto.

Cosa vedere oggi

Oggi Pennabilli è un borgo che si regge da solo. Senza bisogno di gridare.

Il centro storico si sviluppa tra le due alture originarie. Da una parte il Roccione, con le antiche mura malatestiane e il torrione che ancora svetta. Dall’altra la Rupe, con i ruderi del fortilizio di Billi e una croce in cima. In mezzo, piazze porticate, vicoli stretti, palazzi in pietra. Il tempo qui ha un’altra velocità.

La Cattedrale di San Pio V, il Duomo, è la chiesa principale della diocesi di San Marino-Montefeltro. Il patrono della città è proprio San Pio V, celebrato il 5 maggio.

Accanto, il Santuario della Beata Vergine delle Grazie, le cui origini risalgono tra il XII e il XVI secolo. Secoli di storia in un’unica chiesa. Più su, in località Bascio, l’Eremo della Madonna del Faggio, che fa parte di un complesso che include anche la chiesa di San Lorenzo diacono e martire.

Passeggiando trovi:

Il Palazzo della Ragione, detto Le Logge, con il suo caratteristico portico. L’ex Palazzo comunale, anch’esso con portico. Il Palazzo del Bargello. Il Teatro Vittoria. Il Palazzo baronale dei principi di Carpegna, oggi rudere, nella frazione Scavolino. Il borgo antico di Molino di Bascio.

Via dei Pensieri Sospesi. Solo il nome vale la fotografia. È dedicata a Tonino Guerra, il poeta e sceneggiatore di Fellini che di Pennabilli si innamorò perdutamente.

Le antiche mura malatestiane corrono in via della Vigna, via dei Pensieri Sospesi e via del Roccione. Di particolare rilievo il torrione. Il cosiddetto Castello di Penna è un tratto caratteristico delle Mura Malatestiane. Poi ci sono la Torre di Maciano, nella frazione omonima, e la Torre di Bascio, in località Molino di Bascio.

Il nome degli abitanti è pennesi. Il codice postale è 47864, il prefisso è 0541, la targa è RN. La classe sismica è zona 2 (sismicità media), la classe climatica è zona E con 2.581 gradi giorno.

I musei

Pennabilli ha un patrimonio museale che non ti aspetti da un borgo di 2.700 anime.

Mateureka — Museo del Calcolo. Uno dei pochi musei al mondo e l’unico italiano dedicato alla storia della matematica e degli strumenti di calcolo. È ospitato nelle sale dell’antico Palazzo comunale. Un posto unico, che da solo vale il viaggio. Abachi, calcolatori meccanici, computer storici: un viaggio nella storia del pensiero logico e matematico.

Museo diocesano del Montefeltro “A. Bergamaschi”. Ha sede anch’esso nell’antico Palazzo comunale. Raccolte di arte sacra, paramenti, argenti, dipinti che raccontano la fede e la storia di queste valli.

Museo naturalistico del Parco Sasso Simone e Simoncello. Per capire la natura che circonda Pennabilli, la flora, la fauna, la geologia di uno dei parchi più affascinanti dell’Appennino settentrionale.

Il mondo di Tonino Guerra. Museo sito nei locali della chiesa della Misericordia. Dedicato al grande poeta e sceneggiatore santarcangiolese che scelse Pennabilli come sua patria d’adozione. Qui sono raccolte testimonianze della sua vita, delle sue opere, della sua arte.

I Luoghi dell’anima: il capolavoro di Tonino Guerra

E poi c’è il capolavoro. Il museo diffuso “I luoghi dell’anima”, ideato da Tonino Guerra. Sette installazioni artistiche sparse per il borgo e i dintorni. Visitabili gratuitamente tutti i giorni.

L’Orto dei frutti dimenticati. Qui convivono installazioni artistiche e varietà di alberi da frutto che oggi nessun contadino coltiva più: cuccarina, pera cotogna, giuggiolo, uva spina, biricoccolo. Frutti di una volta, che quasi nessuno ricorda più. Un luogo che profuma di memoria.

La Strada delle meridiane. Lungo il percorso sono collocate sulle facciate di alcuni edifici sette meridiane che rappresentano i diversi metodi con cui si è misurato il tempo nei secoli passati. Orologi solari che segnano le ore con l’ombra, come si faceva prima che esistessero gli smartphone.

Il Rifugio delle Madonne abbandonate. Un posto per le statue mariane che un tempo stavano nelle chiese e nelle edicole votive, e che oggi, dimenticate, hanno trovato una casa.

Il Santuario dei pensieri. Accoglie sette sculture in pietra realizzate da Tonino Guerra. Sette forme, sette pensieri, sette modi di guardare il mondo.

L’Angelo coi baffi. Un’installazione che rappresenta un angelo. Accanto vi sono dei versi di Tonino Guerra. È collocata all’interno di una chiesa. Perché l’angelo coi baffi è un po’ come Tonino: romagnolo, ironico, con i piedi per terra e la testa tra le nuvole.

Il Giardino pietrificato. In località Castello di Bascio. Alla base di una torre sono stati collocati sette tappeti in ceramica artistica decorati da Giovanni Urbinati.

La Madonna del rettangolo di neve. In località Poggio Bianco.

Visitabili gratuitamente tutti i giorni. Tutti. Senza biglietto, senza prenotazione. Tonino Guerra ha voluto che l’arte fosse di tutti, sempre.

Il legame col Tibet

E poi c’è il legame più inaspettato. Quello col Tibet.

Pennabilli è stretta da un forte legame con il Tibet risalente al XVIII secolo. In quell’epoca, padre Francesco Orazio della Penna — sì, il cognome è proprio Penna, come una delle due alture del borgo — un frate cappuccino, partì dalla città dei Malatesta per fondare una missione cattolica a Lhasa.

Nella capitale tibetana creò un ottimo rapporto con i monaci e la popolazione. Portò la prima stamperia a caratteri mobili in Tibet. Scrisse il primo dizionario italo-tibetano, successivamente tradotto anche in inglese.

Nel 1994, Tenzin Gyatso — il XIV Dalai Lama in persona — visitò Pennabilli per celebrare il 250º anniversario della morte del missionario, il 15 giugno. In quell’occasione scoprì una lapide sulla facciata della casa natale del frate cappuccino.

Nel 2005 si ebbe una seconda visita del Dalai Lama. Durante quella visita fu inaugurata una struttura metallica a ricordo del missionario pennese. Posta sul colle che domina il paese, è composta da una campana affiancata da tre mulini di preghiera tibetani, i manikorlo, liberamente azionabili dai visitatori. La campana è il calco della campana originale della missione di padre Orazio in Tibet. Ciascuna ruota della preghiera presenta in rilievo il mantra buddhista Oṃ Maṇi Padme Hūṃ (in sanscrito ॐ मणि पद्मे हूँ, Salve o Gioiello nel fiore di loto). Secondo la religione tibetana, il gesto di girare la ruota della preghiera assume il significato di un’invocazione rivolta verso il cielo, proprio come il suono di una campana.

Una campana e tre ruote della preghiera sull’Appennino romagnolo. Roba da non crederci. E invece è tutto vero.

Eventi e tradizioni

Pennabilli non è solo storia e musei. È anche un borgo vivo, che ha saputo costruire eventi di richiamo nazionale.

Artisti in piazza. Festival internazionale di arti performative. Dal 1997 si svolge ogni anno tra la fine di maggio e l’inizio di giugno. Artisti di strada da tutto il mondo. Giocolieri, acrobati, musicisti, clown. Il borgo si riempie di colori e di gente.

Mostra mercato nazionale dell’antiquariato. Rassegna storica d’arte antica che dal 1970 si svolge nel luglio di ogni anno, nelle botteghe e nei palazzi del centro storico. Una delle più importanti d’Italia. Mobili, quadri, oggetti, libri antichi. Un paradiso per chi cerca pezzi unici.

Processione dei Giudei. Rievocazione della Via Crucis che si svolge il Venerdì Santo. Il corteo parte dalla chiesa della Misericordia e sfilà dal castello di Penna a quello di Billi. Al termine viene rappresentata la rievocazione della passione di Gesù. Una tradizione che si ripete da secoli, e che ogni anno coinvolge tutto il paese.

Nel territorio sono diffuse attività artigianali: l’arte del ricamo e della tessitura, con la realizzazione di tappeti e di coperte di lana, impreziositi da elementi decorativi che richiamano il mondo pastorale.

Nella località di Ponte Messa si trova un grande impianto di produzione di farmaci. La squadra di calcio locale è l’Atletico Marecchia che milita in Terza Categoria.

Frazioni e dintorni

Il comune di Pennabilli comprende le frazioni di Ca’ Romano, Maciano, Miratoio, Molino di Bascio, Ponte Messa, Scavolino e Soanne. Confina con otto comuni: Badia Tedalda (in provincia di Arezzo, Toscana), Carpegna (Pesaro e Urbino, Marche), Casteldelci, Maiolo, Montecopiolo, Novafeltria, Sant’Agata Feltria e Sestino (Arezzo). Un territorio che si snoda tra Romagna, Marche e Toscana, al crocevia di tre regioni.

Tra gli altri edifici religiosi sparsi nel territorio, il Santuario della Beata Vergine delle Grazie (secoli XII-XVI) e l’Eremo della Madonna del Faggio in località Bascio, con la chiesa di San Lorenzo diacono e martire.

Il governo della città

Dal 5 giugno 2016 il sindaco è Mauro Giannini, della lista civica Identità montana (sostenuta dalla Lega Nord). Rieletto il 4 ottobre 2021 per il secondo mandato, è tuttora in carica.

Prima di lui, una lunga serie di amministrazioni: dal 1985 Vasco Fucili (Democrazia Cristiana), Roberto Busca (DC), Renzo Baldoni (lista civica di centro-sinistra), Francesco Donati (lista civica di centro-destra), Stefano Paolucci (lista civica di centro-destra), Antonio Valli (lista civica di centro-sinistra) e Lorenzo Valenti (lista civica Una storia nuova).

Il codice ISTAT è 099024, il codice catastale è G433.

Note sul viaggio

Come arrivare: Da Rimini, prendi la Valmarecchia (SS258). Sono circa 50 chilometri, un’ora di macchina. La strada sale, si arrampica, regala curve e scorci sul fiume Marecchia. Arrivi che l’aria è già più fresca, il respiro cambia.

Coordinate: 43°49′08.4″N 12°15′59.76″E. Altitudine: 629 metri sul livello del mare.

Dove mangiare: Cucina di montagna romagnola. Funghi, tartufo, formaggi. Chiedi i passatelli in brodo e il formaggio di fossa. Qui si mangia da contadini veri, non da turisti.

Quando andare: In primavera, quando l’Orto dei frutti dimenticati è in fiore e i colori del Parco Sasso Simone esplodono. O a luglio, per la Mostra Mercato Nazionale dell’Antiquariato. O a giugno, per Artisti in piazza. O a febbraio, se hai il coraggio di affrontare tre metri di neve.

I dintorni: La Valmarecchia merita una giornata intera. San Leo con la sua fortezza. Verucchio, patria dei Malatesta. Santarcangelo, la città di Tonino Guerra. E Pennabilli, lassù in cima, che aspetta.

Se ti è venuta voglia di vedere Pennabilli con i tuoi occhi, ti capisco. Io ci vivo a un’ora di macchina, e quando posso ci scappo. È uno di quei posti che ti entrano dentro senza che tu te ne accorga.

Poi, per la notte, sai dove trovarmi.

All’Aqua Hotel, a Rimini, sulla via del ritorno. Una doccia calda, un letto comodo, e la mattina dopo riparti per un altro pezzo di entroterra. Te lo organizzo io.

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Chi sono

Mi chiamo Cristian Brocculi e da oltre vent’anni vivo e lavoro a Rimini.
Conosco ogni angolo di questa città, dai luoghi iconici alle gemme nascoste dell’entroterra.

Ho creato questo blog per aiutarti a vivere Rimini come un vero riminese,
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