Rimini come non l’hai mai vista: diario di un concierge

Borgo San Giuliano Rimini: il quartiere che Fellini sognava di notte

La nebbia arriva sempre di notte.

Nel film, il vecchio nonno di Titta esce di casa. Sa dove abita. Conosce quelle strade da una vita — le strade del Borgo, le strade di una Rimini anni Trenta che aveva ancora gli strati di una città medievale sotto i portici del Novecento. Cammina. Gira. Si ferma.

La nebbia è fitta. Quella nebbia romagnola che in inverno arriva dal Marecchia e avvolge tutto — i lampioni, i muri, le voci.

E lui — sgomento — riflette che non gli sembra di stare in nessun posto.

È una scena di Amarcord. Una di quelle che ti rimangono anche se non sei mai stato in Romagna, anche se non sai cosa vuol dire camminare in novembre quando il mare è grigio e la pianura è bianca di niente.

Quella scena Fellini non l’ha girata a Rimini.

Non ha girato nulla a Rimini.

Non un metro di pellicola nella sua città. Tutto ricostruito a Cinecittà, a Roma, nei teatri di posa dove lavorava da decenni. Eppure — ed è questo il paradosso che mi affascina ancora oggi, dopo oltre vent’anni che vivo in questa città — quando cammini per il Borgo San Giuliano, quella nebbia te la ricordi. Come se ci fossi dentro.

La memoria si accende.

Questo è quello che fa il Borgo.

Il quartiere che il Ponte porta in regalo

Parti dal Ponte di Tiberio. Quello che vedi in ogni cartolina di Rimini — le cinque arcate di pietra bianca sul fiume Marecchia, costruite nel 14 dopo Cristo sotto Augusto e completate nel 21 d.C. sotto Tiberio. Duemila anni su questo stesso punto. Ci sono passati i soldati romani, i signori Malatesta, le truppe napoleoniche, i partigiani della Resistenza. Ci passano oggi i turisti con lo zaino e i riminesi che portano i bambini al parco.

Ma non fermarti sul ponte.

Attraversalo.

Dalla parte della città medievale cammini, entri sul piano di pietra, guardi in basso il Marecchia — verde-grigio, con i gabbiani che fanno le cose che fanno sempre i gabbiani. Poi alzi gli occhi. Dall’altra parte del fiume le case cambiano. I colori cambiano.

E arrivi.

Il Borgo San Giuliano è subito lì, a ridosso del millenario Ponte — il “suburbio” che i Romani chiamavano così, la parte della città che stava dall’altra parte del fiume. Non grande. Non imponente. Non ti accoglie con un arco di trionfo o una piazza che ti toglie il fiato.

Ti entra dentro piano piano.

Come certi ricordi che non sai da dove vengono, ma che sono lì da sempre.

La guida della Provincia di Rimini — quella dedicata ai luoghi felliniani della città — lo chiama “uno dei punti più felliniani di Rimini”. Ed è la descrizione più giusta che abbia mai letto di questo posto. Non perché ci sia un museo, una targa, un biglietto da pagare. Ma perché quando ci sei dentro, qualcosa si attiva. Qualcosa che non riesci a nominare ma che riconosci subito, se hai visto Amarcord anche solo una volta in vita tua.

È lo stesso clima. La stessa luce storta sui muri. Gli stessi vicoli ciechi che finiscono su un cortile o su un muro o — improvvisamente — sull’acqua del Porto Canale.

È un concentrato di contrade, piazzette, vicoli ciechi in cui l’atmosfera che vi si respira è d’altri tempi.

La stessa Rimini che Fellini portava dentro.

Quando i muri hanno cominciato a parlare

Immagina di essere nel Borgo negli anni Ottanta.

Le case erano case. I muri erano muri. Le osterie erano osterie — posti dove si mangiava la piadina su tovaglie di carta e si giocava a carte fino alle tre, non ristoranti con la lista dei vini naturali.

Il Borgo era un quartiere popolare. Uno di quei posti dove abitava la gente del Porto Canale — i pescatori, i barcaioli, chi lavorava con le mani e tornava a casa con le mani sporche. Case strette, addossate una all’altra. Muri scrostati dove l’umidità del fiume arrivava ogni inverno. Panni stesi tra una finestra e l’altra. Il rumore del porto che entrava tra i vicoli.

Non era la cartolina.

Era la vita.

Poi, su quelle facciate — su quei muri che il tempo aveva consumato — hanno cominciato ad apparire i murales.

Non murales qualsiasi.

I personaggi di Amarcord.

Non è un caso che siano stati scelti proprio questi muri, in questo quartiere. Il Borgo San Giuliano è la Rimini che assomiglia di più alla Rimini che Fellini aveva dentro. Quella che lui ha ricostruito a Cinecittà mattone per mattone, personaggio per personaggio, soprannome per soprannome — alimentata da decenni di memoria romagnola che non si cancella.

E così i personaggi del film sono arrivati sui muri del Borgo.

Il Rex — la nave enorme, bianca, irreale, che nel film appare in mezzo al mare nella notte di una festa e tutti escono sulle barche a vederla, ammutoliti. Quella nave è dipinta su una facciata del Borgo. Enorme. Sembra che stia per uscire dal muro.

Ciccio Ingrassia, nei panni del Matto di Amarcord — il personaggio che scappa dal manicomio, sale su un pino altissimo e urla “Voglio una donna!”. Una delle scene più iconiche del cinema italiano del dopoguerra. È lì anche lui, su un muro del Borgo, che ti guarda con quella sua faccia da Matto che non è mai completamente solo matto.

E poi c’è la “Scurèza ad Corpolò”. Il soprannome in dialetto romagnolo — quell’uso di abbreviare, storpiare, rendere affettuosamente ridicoli i nomi delle persone e dei luoghi che Fellini ha immortalato in Amarcord. Il film è pieno di soprannomi così. Sono la firma della Romagna vera, quella che non trovi sui libri di storia ma che senti ancora oggi nelle famiglie riminesi quando parlano tra di loro.

Per qualche tempo, sulle strade del Borgo c’erano anche le targhe. Targhe con i soprannomi dei personaggi del film — quei nomi in dialetto che Fellini aveva raccolto dalla sua infanzia e infilato nel film come un archivio della memoria romagnola. Poi le ristrutturazioni, le difficoltà di manutenzione dei dipinti, il tempo che lavora sempre contro i colori all’aperto.

Qualcosa si è perso.

Ma non tutto.

I vicoli rimangono. I colori delle case rimangono — quell’ocra scuro, quel rosso mattone, quel giallo caldo che sembra uscito direttamente dalla tavolozza di qualcuno che ha passato una vita ad osservare come cambia la luce sul mare romagnolo dall’alba al tramonto. L’atmosfera rimane — quella che la guida chiama “dal sapore magico ed evocativo” e che io chiamerei più semplicemente: la sensazione di stare in un posto vero.

Murales felliniani sulle facciate delle case del Borgo San Giuliano a Rimini
I murales del Borgo San Giuliano raccontano il mondo di Amarcord sui muri delle case del quartiere

La casa con il cancello scricchiolante

In Amarcord, il protagonista si chiama Titta Benzi. Non è Fellini — ma in un certo senso è Fellini. È il ragazzo riminese degli anni Trenta, quello che cresce in una famiglia tipo della Romagna, che combina guai a scuola, che sogna, che ride, che ha quella curiosità feroce e un po’ incosciente dei ragazzi di quell’età in quella provincia.

La casa di Titta era nel Borgo.

Col cancello scricchiolante.

Con gli scalini davanti alla porta d’ingresso.

Non è una casa inventata dal nulla. È una casa che si poteva rintracciare — o immaginare di rintracciare — camminando per le vie del quartiere. Esternamente, internamente: negli spazi del Borgo si svolge la storia di una famiglia tipo della Romagna di ieri. Quando gli schiaffoni venivano dati davvero ai figli indisciplinati, quando il padre arrabbiato tirava via la tovaglia con tutto quello che c’era sopra, quando la mattina la barba si faceva cantando pezzi d’opera a memoria.

E poi c’è la scena del nonno.

Nella nebbia.

Il nonno di Titta esce. Non trova più la strada. Gira. Si ferma. Le strade che conosce da sempre non esistono più nella nebbia — o forse è lui che non riesce più a vederle. E sgomento riflette che non gli sembra di stare in nessun posto.

Quella scena non è stata girata qui. Non è stata girata a Rimini.

Ma quando cammini nel Borgo in novembre — con il vento che viene dal mare, il Porto Canale silenzioso, il quartiere quasi deserto — quella scena la capisci. Non come si capisce una citazione che hai studiato. Come si capisce qualcosa che hai vissuto.

È questo il potere dei posti veri.

Un uomo che non è mai tornato — e che non se n’è mai andato

Eccola, la cosa che mi ha sempre colpito di Fellini e di Rimini.

Se ne è andato a diciotto anni. Prima a Firenze, poi a Roma. E a Roma è rimasto. Tutta la vita. I film, la fama, la Suite 315 del Grand Hotel dove tornava ogni estate a guardare il mare dalla finestra. Ma lavorare — ha sempre lavorato a Roma. A Cinecittà, nei teatri di posa, davanti a un microfono o a un monitor.

Ha costruito la sua Rimini a Roma.

Quella di Amarcord. Quella di I vitelloni. Quella di 8½, dove le terme dell’infanzia diventano un sogno febbricitante. Quella di Lo sceicco bianco, dove i fotoromanza e il mare adriatico si mescolano in qualcosa che è allo stesso tempo satira e nostalgia.

Una Rimini di cartapesta e memoria.

Più vera del vero — paradossalmente, più riminese di qualsiasi documentario girato davvero a Rimini.

Non ha mai girato un metro di pellicola nella sua città natale.

Eppure è lui il riminese più famoso del mondo. È lui che quando dici “Rimini” a un cinefilo di Parigi, di Berlino o di Tokyo fa scattare l’associazione immediata — quella scena della neve, quella della nave bianca, quella del Matto sul pino. È lui che ha messo Rimini sulla mappa della cultura mondiale, non le discoteche e non gli ombrelloni.

Come si spiega?

Non si spiega. Si sente.

“Rimini è una dimensione della memoria”, ha scritto Fellini. Non un posto geografico. Non una città sulla mappa. Una dimensione — quel tipo di luogo che esiste soprattutto nella testa, nel corpo, nella capacità di ricordare che abbiamo e che ci rende umani.

Il Borgo San Giuliano è forse il luogo di Rimini dove questa frase si tocca con mano. Dove cammini e la memoria si accende — non necessariamente la tua. Quella di un uomo che è morto il 31 ottobre del 1993, il giorno dopo il suo anniversario di matrimonio con Giulietta Masina, e che non è mai tornato veramente — se non attraverso i muri di questo quartiere.

Chiese, vie, ponti, palazzi. Il Borgo San Giuliano, la palata presso il Porto Canale. Sono ancora lì, al loro posto.

La memoria si accende.

La trasformazione che non ha cancellato l’essenziale

Non ti racconto il Borgo come se fosse rimasto congelato negli anni Cinquanta.

Non lo è. E sarebbe disonesto raccontarlo così.

Le vecchie osterie si sono trasformate in ristoranti di pregio. Le case hanno subito ristrutturazioni — muri ritinteggiati, facciate risistemate, balconi rifatti. Le abitazioni che un tempo ospitavano i pescatori e i barcaioli del Porto adesso ospitano chi ha di più — professionisti, artisti, gente che ha scelto il Borgo per il suo fascino e che con quel fascino ha convissuto cambiandolo.

È successo così in tanti quartieri delle città italiane. È la storia di ogni posto bello che viene scoperto.

Ma — e questo è il punto — qualcosa ha tenuto.

Non i muri scrostati. Non le osterie. Non i panni stesi tra le finestre.

Ha tenuto la forma. Ha tenuto la scala — quella scala umana delle strade strette, dei vicoli ciechi, delle case che si toccano quasi in cima. Ha tenuto la luce — quella luce particolare che arriva di traverso tra le case e crea ombre che cambiano ogni ora.

Ha tenuto l’atmosfera.

Ed è quell’atmosfera che si ritrova ancora oggi quando entri nel Borgo con la testa libera e le orecchie aperte.

È la stessa atmosfera della parte iniziale del film “I clowns”. Quel documentario-sogno che Fellini ha ambientato proprio a Rimini — dove le strade di un borgo, i volti dei passanti, la qualità della luce mattutina sembravano uscire direttamente da qualcosa di antico che ancora respira.

Non un sogno di evasione.

Un sogno di ritorno.

Le case a schiera del Borgo San Giuliano viste dal Porto Canale di Rimini
Le case a schiera del Borgo San Giuliano viste dal Porto Canale — una delle prospettive più autentiche di Rimini

Come si vive il Borgo (senza sembrare un turista)

Un consiglio pratico: non venire al Borgo a metà agosto.

Non perché non valga la pena. Ma perché il Borgo in piena estate è diverso da quello che voglio dirti. C’è gente, ci sono i dehors dei ristoranti, i turisti con gli zaini e le macchine fotografiche. È bello anche così. Ma non è il Borgo vero.

Il Borgo vero è quello di aprile. Di ottobre. Di una domenica mattina di marzo quando il sole è già caldo ma le strade sono ancora vuote e dai bar apre solo chi ha voglia di aprire.

Parti dal Ponte di Tiberio. A piedi, necessariamente — il Borgo non è un posto da vivere in macchina. Attraversa il Ponte lentamente. Guardati sotto, sul Marecchia, dove l’acqua ha quel colore verde-grigio che cambia con le stagioni e con la luce. Guarda i gabbiani. Guarda le cinque arcate di pietra che l’imperatore Tiberio ha completato nel 21 dopo Cristo e che sono ancora lì, a fare quello per cui erano state costruite.

Poi varchi. Entri nel Borgo.

Non prendere la strada principale. Quella te la fanno vedere tutti. Gira a sinistra, cerca i vicoli — quelli dove le case si avvicinano tanto in cima che la luce arriva storta, radente sui muri colorati, e per qualche secondo sembra di stare in una città del Sud o in un paese del Marocco invece che in Romagna.

Cammina senza fretta. Guarda i murales con calma — non fare la foto subito. Prima guarda. Cerca di ricordare la scena del film. Poi, se hai voglia, scatta.

Cerca la casa con il cancello — anche se non sai esattamente quale sia. Cerca i vicoli ciechi. Cerca le piazzette interne che non trovi su Google Maps. Il Borgo è piccolo ma si lascia scoprire a strati, e ogni strato successivo ti dà qualcosa in più.

Se sei venuto fuori stagione, con un po’ di fortuna il quartiere è quasi tutto per te. Un riminese che porta il cane. Una donna anziana che scende le scale con la borsa della spesa. Un gatto su un davanzale. Tutto quello che nei quartieri storici d’Italia sta scomparendo — e che qui, nel Borgo, resiste ancora.

Poi vai verso il fondo. Verso il Porto Canale.

L’acqua che chiude il cerchio

Dal Borgo, seguendo le vie verso il Porto, la prospettiva cambia completamente.

Le case a schiera del quartiere le vedi dall’acqua — dall’altra parte del Porto Canale. E la vista è quella che resterai a guardare più a lungo del previsto: le facciate strette, i colori, il cielo sopra. Una cartolina che non sembra una cartolina, perché nessuno l’ha costruita pensando a come sarebbe venuta in fotografia.

È venuta così perché era fatta per essere vissuta. Non fotografata.

Il Porto di Fellini — quello che lui chiamava “la palata”, la costruzione sul bordo del canale dove si affacciava il mare aperto — è lì vicino. L’acqua verde-grigia, le barche da pesca, il faro all’imbocco. Luoghi che erano meta delle passeggiate di Federico bambino. Luoghi che tornano, trasfigurati, nei suoi film — non come documentazione geografica ma come emozione pura, distillata da decenni di nostalgia.

Non è un museo, questo. Non c’è nessuna targa che ti dice “Qui passeggiava Fellini”.

Non serve.

Lo sai e basta.

Informazioni pratiche

Come arrivare: Il Borgo San Giuliano è a piedi dal centro storico — attraversi il Ponte di Tiberio e sei già lì, in dieci minuti di cammino dal Teatro Galli o dalla Piazza Cavour. Se vieni da fuori Rimini, parcheggia in centro. Il Borgo non è un posto da visitare in macchina — le strade sono strette e l’esperienza vera è quella a piedi.

Quando andare: Tutto l’anno, ma il meglio fuori stagione. Aprile, maggio, settembre, ottobre — quando la luce romagnola è quella giusta e il quartiere ha ancora il suo respiro normale. D’estate è più affollato ma i ristoranti sono tutti aperti, se vuoi fermarti a mangiare.

Cosa cercare: I murales felliniani sulle facciate — il Rex, il Matto di Ciccio Ingrassia, la Scurèza ad Corpolò. La vista del Borgo dal Porto Canale. Il Ponte di Tiberio visto dal lato del Borgo, con le arcate riflesse nell’acqua del Marecchia. I vicoli interni che non compaiono nelle mappe turistiche standard.

Quanto tempo: Un’ora se hai fretta. Mezza giornata se vuoi farlo bene — combinandolo con il Ponte di Tiberio, il Porto Canale, e magari il Cinema Fulgor (oggi sede del Museo Fellini) a dieci minuti a piedi nel centro storico.

Da sapere: L’ingresso al Borgo è libero. I murales sono all’aperto e visibili sempre. Alcuni sono stati ridipinti nel tempo, altri hanno perso qualche dettaglio per le ristrutturazioni — è nella natura delle cose. L’atmosfera del quartiere, quella, non ha ancora ceduto.

La Rimini che non ti aspettavi

Ho incontrato centinaia di ospiti all’Aqua Hotel che arrivavano a Rimini per la prima volta.

La maggior parte pensava fosse spiaggia, ombrelloni, discoteche sul lungomare. E quella parte c’è — e ha il suo senso e la sua storia, e non ho nessuna intenzione di sminuirla.

Ma quando parlavo loro del Borgo, del Ponte, dei murales di Amarcord — e di quel paradosso per cui Fellini non ha mai girato a Rimini eppure Rimini è tutta nei suoi film — li vedevo cambiare espressione.

Quell’aria di chi ha trovato qualcosa che non si aspettava.

“Non sapevo che ci fosse tutto questo.”

Non lo sapeva nessuno, spesso. Perché Rimini sa nascondere bene le sue cose migliori. Sa far credere che sia tutta bikini e notte brava. E invece, sotto quella superficie, c’è una città con duemila anni di storia, con un quartiere antico che si riflette nell’acqua di un canale romano, con i muri dipinti di personaggi inventati da un uomo che se ne è andato a diciotto anni e non ha smesso mai, per tutta la vita, di tornare.

Il Borgo San Giuliano è uno dei posti dove questa Rimini si vede meglio.

Non è il monumento più famoso. Non è il sito UNESCO. Non è quello che finisce per prima nelle guide di viaggio.

Ma è uno dei posti dove Rimini è più se stessa. Dove la storia, la memoria, l’arte popolare e la vita di tutti i giorni si mescolano in qualcosa che non ha un nome preciso ma che si riconosce subito — nel petto, prima che nella testa.

È la Rimini di Fellini.

È la nostra Rimini.

Quella che lui ha costruito a Cinecittà mattone per mattone, che ha distribuito nei cinema di tutto il mondo, che esiste in una dimensione parallela dove la memoria non ha paura della nebbia.

Venila a trovare.

È ancora lì, al suo posto.


Se vuoi qualcuno che ti dica da dove cominciare, o semplicemente un posto da cui partire la mattina con la testa giusta, sai dove trovarmi. All’Aqua Hotel — a Rimini, vicino al Borgo, vicino al mare, vicino a tutto quello che questa città sa darti quando la guardi nel modo giusto.


Chi sono

Mi chiamo Cristian Brocculi e da oltre vent’anni vivo e lavoro a Rimini.
Conosco ogni angolo di questa città, dai luoghi iconici alle gemme nascoste dell’entroterra.

Ho creato questo blog per aiutarti a vivere Rimini come un vero riminese,
con consigli autentici, esperienze locali e storie che non trovi nelle guide.

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